II DOMENICA DI QUARESIMA
Attraverso un gioco complesso di corrispondenze e di contrasti, con un crescendo che si sviluppa da una domenica all’altra, la liturgia di questa quaresima ci conduce a riconoscere pienamente Gesù, nuovo Adamo, compimento delle promesse, sorgente di acqua viva, luce vera e vita nel mondo. La storia accidentata del popolo di Dio trova il proprio coronamento nel Cristo: egli è colui da cui scaturisce ogni novità di vita. I vari brani delle letture di san Paolo, che ci vengono presentati quest’anno, ci invitano ad entrare risolutamente nella vita nuova animata dallo Spirito del Signore. Il tema che ci propone la liturgia di oggi è quello della vocazione: il primo chiamato fu Abramo (prima lettura), poi san Paolo, nella seconda lettura a Timoteo, ci ricorda che l’invito si è esteso a tutti gli uomini e nell’episodio evangelico della trasfigurazione agli apostoli. Dio ci chiama a fare esperienza in lui di fede (Abram), di speranza (San Paolo) e di carità (Trasfigurazione) affinché la Quaresima non sia un semplice e sterile rito devozionale ma uno stimolo ad uscire dalle nostre “isole” per andare verso gli altri in missione. Nella prima lettura troviamo la chiamata di Abramo che viene invitato da un Dio che non conosce a lasciare la sua terra, abbandonare i suoi affetti, andare in un luogo non precisato in cambio di un futuro grandioso. Abramo non è un uomo insoddisfatto, ma realizzato in un contesto di benessere nel suo clan, ma nonostante questo accetta l’invito e parte, lascia le sue radici e si mette in cammino fiducioso che accanto a lui c’è il Signore. Questo racconto fa anche parte della nostra esperienza di vita, quando abbiamo detto di sì al Signore per aderire alla sua chiamata: gli sposi lasciano la loro famiglia, la loro terra, per andare verso un nuovo progetto di famiglia; una giovine o un ragazzo che hanno scelto la via religiosa lasciano la loro casa per andare a costruirne una più grande, quella della comunità cristiana. Allora quando il Signore chiama dovremmo anche noi essere capaci di dire “si” come il padre Abramo. Questo atteggiamento ce lo conferma anche San Paolo che nella sua lettera a Timoteo ci ricorda che Dio “ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”, ma ci mette anche in guardia che la missione affidata, cioè quella dell’annuncio del Vangelo, dono di Cristo per la nostra salvezza, non sarà priva di difficolta: occorre non lasciarsi scoraggiare e condividere le gioie e i dolori con chi si incontra, nella speranza che contraddistingue noi cristiani della presenza di Gesù con noi. Nel vangelo troviamo i discepoli che stavano vivendo un momento difficile: Gesù aveva loro annunciato che sarebbe stato ucciso a Gerusalemme e sarebbe risorto al terzo giorno, Pietro era stato chiamato Satana perché tentava Gesù a non affrontare la sua missione; erano disorientati e non riuscivano bene a comprendere quale sarebbe stato il loro futuro. Ecco allora che Gesù porta con se i tre apostoli, a cui era più legato, sul monte e qui si manifesta nella trasfigurazione come Signore.