III DOMENICA DI PASQUA
Le letture che la liturgia di oggi ci propone ci stimolano a soffermarci sulla Chiesa, voluta e fondata da Gesù Cristo che, come ci ricorda san Paolo, è sua sposa e l’ha fondata sugli uomini che hanno percorso con lui la sua parabola terrena, cioè gli Apostoli, ma che si portavano, e si portano ancora oggi, tutte le loro fatiche e tentazioni che a volte la portano su terreni accidentati.
Per dare però uno svolgimento corretto dei fatti riportati dalle letture, dobbiamo partire dal vangelo dove l’apparizione del Cristo a sette discepoli, sul lago di Tiberiade, segna una tappa importante nella crescita della fede pasquale. Troviamo Pietro e alcuni apostoli, che avevano abbandonato tutto per stare vicino a Gesù, ma ora scoraggiati, dopo la crocifissione, si ritrovano come orfani nella vita e decidono di ritornare a pescare, sperimentando la limitatezza della loro vita, fatta di una notte inconcludente con le reti vuote. Anche noi, come gli apostoli, siamo tentati a volte di perdere la speranza. E se la nostra fede nella risurrezione non fosse che un’«illusione religiosa»? Se il Cristo non fosse più presente in certe nostre comunità, così chiuse in un atteggiamento di difesa e così poco inclini all’audacia apostolica? È facile essere tentati di ritornare ai soliti compiti quotidiani, stabili e rassicuranti nella loro banalità.
Ma invece no! Sulla riva di questo mondo, al sorgere della luce, c’è qualcuno, più attivo e più personale che mai, che ci invita a gettare le reti. I discepoli faticano a riconoscere Gesù, come talvolta può succedere anche a noi. Ma Egli c’è: è presente all’interno delle nostre solidarietà umane e professionali, nella nostra vita di credenti insoddisfatti di una fede inerte, nell’impegno di coloro che cercano la verità, amano e perdonano, di coloro che lottano per un mondo migliore e più giusto. E di colpo la fatica degli apostoli diventa improvvisamente fruttuosa quando ubbidiscono alla sua parola: “gettate la rete dalla parte destra”. La rete traboccante di pesci è la parabola vivente di un apostolato che il risorto renderà fecondo: Gesù non ci dice di cambiare lavoro e vita, ma ci invita a vederli in modo diverso. Infatti chiede agli apostoli se hanno qualche cosa da mangiare: Lui offre il pane, ma chiede a noi di fare la nostra parte, cioè di mettere il companatico! Come a Emmaus il Signore risorto mangia con i suoi: Cristo è presente nella comunità ecclesiale, nel pane che spezziamo insieme facendo memoria di lui, per tornare poi alla realtà della vita quotidiana, sostenuti dalla forza nuova dell’agape. E sarà per essa che anche a noi, come a Pietro, verrà il coraggio di gettarci in acqua. Poi Gesù si rivolge direttamente a Pietro ricercando un legame d’amore che sembrava dissolto, con il suo triplice rinnegamento la notte del processo, e gli chiede per due volte “mi ami?”, cioè “hai per me quell’amore totale che io ho dimostrato dando la vita per te?”, ma si sente rispondere con un semplice “ti voglio bene”. Allora Gesù, alla terza volta, cede e chiede “mi vuoi bene?”: ancora una volta è Lui che si mette al fianco dei limiti della persona amata! Sono le nostre fragilità che attirano la tenerezza di Dio. Poi l’investitura di Pietro “pasci le mie pecore”: come il Padre aveva mandato il Figlio nel mondo, così il Signore Gesù invia in missione i suoi discepoli, su cui Pietro, a motivo dello speciale amore che nutre per il Maestro, assumerà la responsabilità suprema. Questa investitura è accompagnata da un annuncio di sofferenza, previsione del martirio. Amore e sacrificio sono i momenti forti e inseparabili del servizio apostolico. Solo il servizio che nasce dall’amore costruisce la Chiesa.